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30/12/2015 - 01:35

Da dove cominciare ad alzare la testa?

Una "linea d'arrivo" durante le regate ISAF Youth in Malesia...

ISAF-World Sailing Youth in Malesia: un mondiale giovanile che da spot per lo sport più bello si traduce in una serie di gaffe più o meno gravi. A partire dal caso dei visti e delle "condizioni" per i velisti di Israele, causa la mancanza di relazioni diplomatiche con la Malesia paese ospitante. Sport e geopolitica: chi usa chi. E da chi può arrivare la prima mossa per migliorare le cose


Settantasei autorità nazionali, stati sovrani, quattrocentoventi ragazzi e ragazze sotto ai 19 anni, con tutto il carico di ormoni, brufoli e voglia di futuro, il colore delle vele e del mare, la competizione sullo sfondo della natura rigogliosa. Trovate - ma sforzatevi davvero e trovatelo, smanettate negli annuari e negli archivi, forza - un evento sportivo giovanile uguale a questo nel mondo, con la sua carica di entusiasmo e di messaggi positivi. Le superpotenze e gli ultimi arrivati, paesi appena entrati nella comunità velica (a volte in quella sportiva, per il tramite della vela), sigle difficili anche da tradurre (IMA, AHO, SAM, LAT, THA, PNG, MAS, ROU e così via) che esprimono movimenti velici appena nati, mandando atleti adolescenti a vivere l'esperienza di un Mondiale che davvero potrebbe somigliare a una Olimpiade.

Tutto meraviglioso eppure tutto odiosamente rovinato da un caso (nè il primo, nè l'ultimo, per la vela e per lo sport in generale) di veti e chiusure diplomatiche, di boicottaggio politico, chiamatelo un po' come volete, ma di sicuro è un inquinamento del mondo sportivo da parte di entità istituzionali superiori. Governi (e per essi partiti, fazioni, ideologie, persino religioni) che interferiscono con lo Sport al massimo della sua "innocenza", in quanto giovanile.

Il caso è ormai notissimo: al Mondiale Youth in Malaysia (o Malesia) la Federvela Israeliana ha annunciato di non inviare due suoi atleti del windsurf (incidentalmente i campioni mondiali in carica), ritirandoli dal campionato. Motivi vari: il Governo malese - Malesia e Israele non hanno relazioni diplomatiche - ha chiesto delle "condizioni" (non esporre la bandiera e le insegne di Israele, e in caso di vittoria non esecuzione dell'inno israeliano), chiaramente non accettabili; e comunque i visti a poche ore dalla partenza ancora non erano arrivati. Fin qui l'"incidente" diplomatico.

Al propagarsi delle prevedibili reazioni, la federvela mondiale (ex ISAF e adesso World Sailing) ha provato a smorzare i toni e ha persino quasi "bacchettato" Israele per non aver accettato le condizioni e partecipato all'evento. Le polemiche continuano, la "pancia" della rete come sempre non brilla di equilibrio, misura ed educazione, e pullula di sparasentenze e qualunquismo, la gente si indigna al volo e per qualche secondo, rinforzando il tutto con qualche messaggio più o meno becero, o si inerpica su "contraddittori" a colpi di commenti facebook. Una immensa perdita di tempo.

La questione Sport e Politica è aperta da tempo, e il clash, lo scontro, è inevitabile. Anzi, più lo sport cresce di visibilità e importanza, e più la politica vi entra a gamba tesa. I boicottaggi olimpici sono nella storia, come i rifiuti dei visti ai passaporti degli atleti di paesi senza relazioni diplomatiche con quello ospitante. Diciamo con un eufemismo che viviamo palesemente in un mondo difficile, in ebollizione, con tante guerre - guerre - in corso, morti ammazzati, terrorismo, califfi e dittatori. E' impossibile immaginare che lo Sport resti impermeabile a tutto questo. Ma è altrettanto impossibile sognare che almeno il momento sportivo, l'agone, la gara, l'evento, possa essere considerato zona franca, territorio immune dalle turbolenze, in omaggio ai principi decoubertiniani?

Cosa servirebbe per evitare casi come quello dei due campioni del mondo di windsurf israeliani ai quali è negata la possibilità di difendere il titolo da un paese ospitante che attua allo Sport le proprie ferree regole di chiusura verso un paese con il quale non ha relazioni? Come separare le relazioni diplomatiche da quelle sportive? Non è materia solo di una federazione sportiva internazionale, ma la bistrattata ISAF o WS di Carlo Croce non è certo immune da colpe, perchè il rischio (o la certezza) dell'incidente c'era sin dall'inizio e si poteva semplicemente negare l'organizzazione alla Malaysia. Ma qui subentrano altre ragioni politico-sportive, la vela ha disperato bisogno di aggiungere nuovi paesi emergenti alla sua lista di aderenti, per farsi bella al CIO e mantenere lo status olimpico. Rompere con la Malaysia non avrebbe giovato. 

Leggerezza imperdonabile, e difatti ecco arrivare per Croce il conto salatissimo da pagare in termini di polemiche internazionali. Alle quali si corre ai ripari coinvolgendo proprio il CIO. Ma allora perchè non farlo subito? Perchè non segnalare il rischio prima di correrlo? Una cosa analoga era accaduta peraltro pochi mesi fa al Mondiale di windsurf, sempre con surfisti israeliani.

Va aggiunto un altro esempio di pessima abitudine: nell'ISAF-WS il caso è già usato per scopi elettorali, visto che sotto la cenere è pronta una brace viva in vista dell'assemblea elettiva dell'autunno 2016, dopo Rio, per la quale non mancano certo le cordate contro la conferma dell'italiano Carlo Croce.

Qualcuno si chiede perchè nessuna nazione abbia sentito il dovere di ritirare la propria squadra dal Mondiale. Sventolare reazioni del genere è facile da casa, ma bisogna trovarsi nel vortice dei fatti per capire cosa significa, cosa si può e cosa è giusto fare. Ritirare un team da una competizione sportiva - anche senza voler considerare le enormi implicazioni economiche, logistiche, organizzative, di programmazione, o quelle tecnico-sportive - è una decisione altrettanto "politica" come quella che ha causato l'incidente. La politica entrerebbe ancora di più nello sport. E' quello che si vuole? Se, come ritengo, si vuole che lo sport resti fuori dalla politica, allora la risposta deve essere lo sport stesso. Ragazzi e ragazze di 76 paesi che gareggiano nelle acque che furono dei pirati della Malesia.

Questo non significa che l'incidente non debba essere denunciato, contestato, e preso a esempio di cosa non deve accadere in un evento sportivo. Si può legittimamente contestare e far sentire la propria voce anche gareggiando e poi esprimendosi con i dissensi e le espressioni consentite, che non sono poche. Ciascuno ha le proprie sensibilità, personali, come squadra e come nazione. In qualche modo l'atleta o la squadra rappresentano l'intera nazione, quando sono all'estero in una gara.

Ma anche tutto questo è ancora poco, anzi è nulla. Ogni azione individuale, per quanto guidata da convinzioni profonde e da azioni altrettanto incisive, resta isolata se non si appoggia a un progetto. Quello che lo Sport deve fare è proprio questo: un progetto, fatto di comunicazione, campagne, relazioni e interventi istituzionali ai massimi livelli, persino legislativi, che pretenda e ottenga di tenere lo Sport al riparo dalla violenza, fisica o morale, delle crisi diplomatiche. Tanto per cominciare. Perchè poi, a seguire, lo Sport può anche erigersi a esempio.

A Napoli a Capodanno da molto tempo c'è una regata di Optimist, il Trofeo Marcello Campobasso, dove si ritrovano in regata giovanissimi timonieri di paesi arabi e israeliani, che fanno anche amicizia a terra. Lo Sport ha sempre unito, per continuare a farlo deve alzare un po' la voce.

Commenti

Giovanni Iannucci (non verificato)

Grazie Fabio, del bellissimo articolo, che trovo giustamente duro, ma "educatamente" pacato, come del resto è nel tuo stile. Mi pare, tuttavia, che hai omesso, o non messo giustamente in luce, un particolare importante, che ritengo aggravi ulteriormente la situazione dell'ISAF-World Sailing. Ossia che, oltre a mettere sotto la sua egida l'evento, mi pare ne fosse anche co-organizzatrice. In tale veste ritengo non avrebbe dovuto limitarsi "a smorzare i toni" e a bacchettare Israele per non aver accettato le condizioni, peraltro a mio parere inaccettabili, per partecipato all'evento, ma fare molto di più, fino a misure drastiche, visto anche che ci sono stati tre mesi circa per intervenire in maniera sostanziale e giustamente risolutiva. Ci sarebbe altro da dire, ma mi fermo qui.

Giovanni Iannucci (non verificato)

Vorrei aggiungere un postilla al mio precedente commento. In tutti questi giorni mi sono chiesto se ci fosse qualcosa da fare da parte di SW per salvare almeno la faccia una volta che era chiaro che i due giovani israeliani ed il loro allenatore non avrebbero potuto partecipare all'evento. Bastava che SW si "sfilasse" dal ruolo di co-organizzatore, annunciandolo pubblicamente ed esprimendo i motivi, peraltro in linea con i principi informatori del CIO. Si sarebbe potuto lasciare tutto quanto necessario (giurie, comitati, mezzi, ecc.) perché la manifestazione si svolgesse regolarmente, ma almeno evitare due giorni di sperticati elogi alla manifestazione stessa da parte di dirigenti di alto livello di SW, come se l'incidente non fosse rilevante e si sarebbe potuto tenerlo nascosto. Infine non capisco cosa potrà venir fuori dall'inchiesta di WS, che sono curioso di leggere.