PROFILO

15/12/2011 - 20:14

Così banalmente, commodoro...

Luigi Carpaneda a un indimenticabile briefing a Porto Rotondo (cr. A. Carloni)

Ci sono degli articoli che non vorrei mai scrivere, eppure so che mi toccherà farlo, un giorno.
Quello che ho dovuto affrontare ieri era tra questi: non avrei mai voluto farlo e invece sono andata giù pesante a denti stretti, con una specie di sasso sulla bocca dello stomaco, e alla fine quando l’ho mandato al giornale ho spento il computer con un senso di nausea.
Mi hanno, ci hanno ammazzato il commodoro sulle strisce, banalmente sulle strisce pedonali davanti a casa sua a Milano, al mattino presto di un giorno responsabile una manciata di date prima di Natale. Uscito dal portone che non erano neanche le 8 del mattino – e quasi me lo immagino – con il loden verde scampanato nel grigio di una mattina fredda, le foglie accartocciate bagnate appena finito il marciapiede. Sono certa che le ha guardate, quelle foglie sul ciglio della strada, sia perché ultimamente aveva paura di scivolare, sia perché i mucchi di foglie gli ricordavano le montagne, le sue montagne.
Sono certa che un attimo dopo l’ha vista, la macchina che lo ha travolto e lo ha fatto volare. Sono anche certa che avrà avuto una frazione di secondo per pensare “toh, sto volando”, e poi più nulla. Spero che a questo punto sia stata solo alta marea, e un buio rapido, e poi davvero più niente.

Milano chiama Sardegna, aria grigia di città chiama mare d’inverno, e noi attoniti con lo sguardo perso. Le brutte notizie corrono veloci, e nel nostro ambiente ancora di più, come se davvero le spingesse il vento.

Ci hanno ammazzato il commodoro così, banalmente sulle strisce di una strada di città, lui che Alpino era tornato dalla Russia dopo la Guerra, lui che s’era fatto un paio di Olimpiadi tirando di fioretto, come se niente fosse, lui che si era inventato tutte quelle Botta Dritta e aveva collezionato così tante coppe e trofei che li usavano come centrotavola e portapenne. Lui che aveva sepolto un paio di figli maschi, e ancora riusciva a stare dritto.

Mi prendeva in giro ma poi si prestava, quando gli annunciavo che c’era qualche intervista da fare e che doveva essere “in ordine”. Il ruolo di commodoro allo Yacht Club Porto Rotondo gli piaceva, e riusciva a farlo – e bene - mantenendo un piede a Milano uno a Ginevra e molto cuore a Maddalena. Era un buon comunicatore, birbone, imprevedibile. L’ho visto dare il gelato in testa a grandi sponsor durante premiazioni blasonate, e divagare d’amore nei momenti meno opportuni. Diceva quello che gli passava per la testa, e questo a volte ci terrorizzava. Ma i suoi briefing sono stati i più indimenticabili della mia vita. Può un briefing agli skipper essere divertente? Lui ci riusciva.

Ogni anno lo trascinavo in banchina sul molo di Levante, lo mettevo in posa con lo sfondo di alberi e bandiere e un pezzo di Clubhouse che non guasta mai, e gli facevo una serie di scatti con la mia macchina fotografica. Era anche un po’ vanitoso, e si prestava, sguardo a dritta, sguardo a poppa, guidone del club bene in vista sul cuore.
Ma perché tutte queste foto dottoressa guardi che io non sono più un giovanotto, mi diceva. “Così quando i giornali mi chiedono le foto del commodoro ce le ho già pronte, e fresche.  Ingegnere adesso guardi me, anzi guardi il mare e pensi di essere al largo”.

Accidenti come mi è pesato mandarle ai giornali, ieri, quelle foto piene di sole.

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